Fotografie di unghie malate


Fotografie di unghie malate

A CURA DELLE CLASSI III A -III C – III D a.s. 2011/2012

 

INTRODUZIONE

Scatoletta adattata a tazzina

Contenitore di un integratore alimentare in uso alle truppe alleate (nello specifico battaglione di sanita’ brasiliana di stanza nella zona Appennino Tosco-Emiliano, localita’ Sambuca Pistoiese) modificato dalla locale popolazione in tazzina.Tale alimento fornì aiuto alimentare non indifferente alla locale popolazione montana

Questo nostro lavoro è nato da una raccolta di testimonianze di persone che hanno vissuto la “quotidianità” della Seconda Guerra Mondiale e ci è sembrato doveroso farlo conoscere anche agli altri, perché offre un taglio diverso da tanti altri scritti ufficiali sull’argomento.

Ascoltare le vicende di chi, senza essere al fronte, ha dovuto ogni giorno combattere la propria battaglia per la sopravvivenza all’interno di un conflitto mondiale, ci ha molto colpiti.

I testimoni, che rinnovano il loro dolore ogni volta che raccontano l’esperienza della guerra, sono il modo più diretto ed efficace per non far addormentare le coscienze e, quando loro non ci saranno più, sarà compito nostro continuare a tenere viva la memoria perché l’orrore non si ripeta, perché l’orrore non sia stato inutile, perché nessuno osi mettere in dubbio ciò che è avvenuto.

I nostri nonni ci hanno raccontato la seconda guerra mondiale con particolare riferimento alla storia locale, della quale non avevamo letto niente sui libri di testo.

Noi ragazzi abbiamo imparato che la Resistenza è stata fatta da uomini e donne che hanno lottato per liberare l’Italia e affermare idee di libertà e democrazia.

Passeggiando per le strade della nostra città, da ora in avanti, quando vedremo una lapide commemorativa di quei fatti a cui hanno fatto riferimento i nostri nonni intervistati, non potremo fare a meno di pensare a quelle persone che hanno combattuto per noi, anche a rischio della propria vita: se oggi viviamo in una nazione libera e democratica, dobbiamo ringraziare loro.

 

Puoi scaricare il file di MSWord Seconda guerra mondiale con le testimonianze o leggerle qui di seguito.

 

 

 

LUIGINA BARTOLINI (1930)

“Mi chiamo Luigina Bartolini, sono nata il 18 luglio del 1930 a Pistoia, quindi quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale ero abbastanza grande per capire e ricordare quegli anni. Ci avevano detto che tutto sarebbe finito velocemente e con la nostra vittoria. Ben presto capimmo che non sarebbe andata così.

A causa dei bombardamenti degli alleati che cercavano di colpire la Breda e la stazione qui in centro e la SMI, una fabbrica di armi a Campo Tizzoro, non era più sicuro rimanere in città e ci trasferimmo nelle campagne pistoiesi, precisamente alla “Verginina”, sotto Giaccherino e San Michele nella casa di mia nonna materna. Tutti i fratelli e le sorelle con relativi figli si ritrovarono nella casa paterna, così fino alla fine della guerra vivevamo in trenta in una sola casa! Nonostante la paura della guerra e dei rastrellamenti, questo è stato il periodo più bello della mia vita. Il cibo da noi non mancava mai, a differenza che in città dove tutto era razionato da tessere distribuite dal governo, perché avevamo frutta, ortaggi e animali di ogni tipo. Affrontare un periodo difficile come la guerra e la paura sia di rappresaglie fasciste che tedesche era più facile con una famiglia numerosa ed unita dove ognuno aveva i suoi compiti e dava il suo contributo.

I primi bombardamenti furono terribili e stupefacenti insieme, soprattutto di notte. Prima di sganciare le bombe, la zona da colpire era illuminata a giorno dai bengala così che potevamo vedere i “grappoli” argentati che brillavano in quel chiarore artificiale. Il colore, la forma e la lucentezza delle bombe non potrò mai dimenticarla, era ipnotica.

Più che dai bombardamenti ero terrorizzata dai rastrellamenti. Fortunatamente un vicino di casa, fascista, ci avvertiva quando venivano fatti, così che i nostri uomini si potevano nascondere e salvarsi dalla deportazione.

Nella villa padronale del podere del quale faceva parte la casa dei miei nonni si era stabilito il quartier generale del comando tedesco. Mia madre ha sempre cercato di andare d’accordo con i Tedeschi facendo loro tutti i servizi richiesti. L’ho sempre trovato un comportamento molto saggio, perché non potevamo batterci alla pari, ma solo usando buon senso e ingegno. La mia famiglia si è impegnata molto, sia per aiutare i partigiani che i prigionieri alleati che erano riusciti a scappare.

Ho portato cibo, vestiti e coperte a giovani inglesi ed americani che si rifugiavano nei boschi tentando da lì di raggiungere le linee amiche. Mi ricorderò sempre quel pomeriggio in cui con altre donne della mia famiglia vedemmo un camion di soldati tedeschi che avevano catturato tutti i giovani alleati che stavamo sfamando da settimane. Ci passarono davanti, i nostri occhi incontrarono i loro, ma non un cenno, un sorriso mutò la loro espressione. Sapevano che ciò ci avrebbe fatte scoprire e fucilate sul posto! Li portarono in città, al Fornacione, e nella notte, durante un bombardamento, rimasero tutti uccisi sotto le macerie. È stato molto doloroso vedere tanti giovani andare a morire o venire strappati alle loro famiglie per non tornare mai più.

Ho ancora alcune foto dei soldati che abbiamo aiutato, con dediche e ringraziamenti. Una di queste foto ritrae George, un giovane soldato inglese al quale demmo ospitalità e affetto insieme ad una cartina geografica per ricongiungersi al suo esercito. Abbiamo saputo successivamente che fu catturato e deportato in campo di concentramento, dove morì. Queste notizie ci giunsero dal governo britannico, il quale alla fine della guerra aveva istituito un premio in denaro per coloro che con documenti avessero potuto provare di aver soccorso un soldato inglese. Presentammo la foto con dedica chiedendo notizie del nostro “soldatino” e arrivò la ricompensa e con essa la triste notizia della sua morte.

Un aspetto che nell’innocenza giovanile di quegli anni mi fece felice, fu abbandonare la scuola media che stavo frequentando per un intero anno scolastico perché ritenuto troppo pericoloso dai miei genitori. Mi piaceva andare a scuola, ma ero ancora più felice di stare a casa ad aiutare i miei nonni con gli animali e le faccende del podere, come pigiare l’uva con i piedi scalzi nei tini, raccogliere le uova nel pollaio, seguire la mietitura e la trebbiatura del grano, la cottura del pane e della schiacciata con i ciccioli nel forno a legna. Odori, sapori e colori che mi hanno tanto confortato in quegli anni di incertezza e paura.

Verso la fine della guerra, la propaganda fascista non dava più notizie veritiere sull’andamento della guerra, così, per sapere come stessero procedendo le cose, dovevamo cercare sulla radio le frequenze di radio Londra, che dava notizie più realistiche. Era molto pericoloso perché assolutamente vietato ascoltarla ed ogni volta era un rischio che faceva tremare noi bambini, perché non ne capivamo fino in fondo l’importanza, ma ritenuto indispensabile dagli adulti.

Insieme alle truppe americane arrivate a liberarci, mi ricordo anche un contingente sud africano composto da soldati bianchi e neri. I graduati erano solo uomini bianchi, mentre i ragazzi di colore erano soldati semplici o attendenti ai graduati. Felici per la liberazione, la mia mamma offriva da bere vino e da mangiare a tutti, insistendo con un giovane attendente di colore perché bevesse anche lui insieme agli altri. Il ragazzo accettò il vino, ma, quando il suo superiore lo vide, lo picchiò selvaggiamente a lungo con un frustino di cuoio, fino a lasciarlo insanguinato ed immobile a terra. La mia mamma cercò invano di spiegare che era stata lei ad insistere, ma il capitano sudafricano rispose che i “negri” non potevano bere perché diventavano “cattivi” ed il soldato nero sapeva di questo divieto ed avrebbe dovuto rifiutare. La mia mamma pianse per quel ragazzo di colore picchiato a sangue perché era stato gentile ed aveva accettato un dono. Io, da parte mia, ho odiato la ferocia del capitano bianco ed ho sperato fino alla fine che il soldato reagisse all’ingiusta punizione, ma l’ho visto cadere sotto le frustate senza provare neppure a difendersi. Può sembrare paradossale, ma questa è stata la violenza più atroce alla quale ho assistito durante tutta la guerra ed è venuta proprio da coloro che erano venuti a liberarci: I BUONI.”

(Alice Priami, III A)

 

 

MIRNA ZOPPI (1940)

La parola “guerra fa rabbrividire, anche se noi ragazzi non abbiamo idea dell’orribile realtà che ha rappresentato per i nostri nonni. Solo i media e altri mezzi di comunicazione ci hanno portato a tentare di immaginare quei terribili periodi.

Attraverso la testimonianza di mia nonna, alla quale venne richiamato in guerra il padre, appena venticinquenne, ho tentato di comprendere con quale angoscia quegli innumerevoli genitori lasciavano i loro piccolini e le mogli, con l’incertezza di non poterli stringere tra le loro braccia.

Mia nonna ricorda sempre, anche se aveva poco più di 3 anni, un breve rientro a casa di suo padre. In quel periodo, il mio bisnonno, con l’aiuto di altri capi-famiglia, organizzarono ed effettuarono uno scavo nella zona di Villa di Celle. Scavarono un’intera collina, trasformandola in un rifugio, dove 5 famiglie trovarono la salvezza. Questo fu un fatto positivo ed è rimasto indelebile nella mente di mia nonna. Però, lei si ricorda che, appena terminata la guerra, la stessa collinetta franò. Fortunatamente, il rifugio era già stato evacuato da circa un mese e le famiglie non furono coinvolte nel crollo.

Un altro episodio avvenne quando i Tedeschi setacciavano casa per casa, armati di mitra e altro, per cercare uomini italiani. Questo fatto riaffiora alla memoria di mia nonna, che si trovava per caso nella cucina dell’abitazione dei miei bisnonni. Attraverso la finestra, vide passare un soldato tedesco armato di mitra, il quale iniziò a urlare alla mia bisnonna, che si trovava a lavare i panni in un’aia davanti a casa.

-Sentito uomini, dove essere uomini?- ripeté quel soldato urlando e puntando il mitra contro la mia bisnonna.

Mentre stava succedendo questo e la madre di mia nonna cercava di trattenerlo, sapendo che in casa c’erano 7 uomini, tra cui suo marito, la piccolina aveva dato l’allarme dicendo:

-Ecco un inglese! Ecco un inglese!

Queste frasi, ripetute più volte con paura, misero in guardia gli uomini, che si nascondevano in un rifugio particolare: un mettitutto che nascondeva una stanza, la quale esternamente non figurava, non essendoci una finestra. Così si salvarono, anche perché, entrando in casa, il tedesco fu attratto dai diversi vasetti di frutta preparati dalla mia bisnonna. Il soldato si calmò, ricevendo in regalo due o tre di quei vasetti e se ne andò minacciando che il giorno successivo sarebbe tornato a prendere gli uomini, ma quella volta andò bene.

Ciò che successe fece sì che mia nonna, la piccolina, fosse considerata come un’eroina e quest’episodio è rimasto indelebile nella sua memoria

Tanti altri episodi tristissimi, mia nonna ricorda: l’uccisione di una madre e di una bimba di 7 anni in una colonica vicina e la famiglia Puglia, fucilata in Piazza San Lorenzo, a Pistoia.

In questa piazza ora ci sono una lapide e un monumento che commemorano quest’ultimo episodio: una cosa da poco, se si pensa alla tragedia di quelle famiglie. Sono pietre fredde, dettate dalla volontà di ricordare, ma non sono capaci di cancellare il dolore atroce che la popolazione subì. (Leonardo Giusti, III A)

 

 

GIOVANNA FAGNONI (1923)

“Dopo il bombardamento di Pistoia del ’43, rimasi ad abitare a Casa Fagnoni, borgata del paese Orsigna. L’Italia settentrionale era stata invasa dai Tedeschi e divisa in due: a nord la Repubblica sociale italiana governata da Mussolini, liberato dai Tedeschi sul Gran Sasso, mentre l’Italia meridionale era governata dal re Vittorio Emanuele III e Badoglio. L’esercito, che era presente prima di questa divisione, tornò gran parte alla proprie case.

Nella Repubblica di Salò si formarono gruppi di partigiani intenti a liberare il Nord dai Nazi-fascisti, essi vivevano alla macchia ed erano ricercati. Per non farsi catturare dai Nazi-fascisti, si nascondevano fra le montagne.

Anche a Orsigna vi era un gruppo di partigiani, che si erano situati al di sopra dei boschi e delle abitazioni, mentre i Tedeschi erano stanziati a Pracchia, in una borgata chiamata “La Menta”. I primi di luglio del ’44, i Tedeschi effettuarono un rastrellamento su tutta la vallata per catturare i partigiani presenti nella vallata. Da Pracchia partirono tre pattuglie: una verso il centro, una verso il versante est ed un’altra ad ovest, con l’intenzione di distruggere tutte le borgate. La pattuglia diretta verso est raggiunse i campi sopra Casa Fagnoni, dove vi erano i componenti di una famiglia che stavano lavorando, vi erano: Edilio, Peppino, Fulvio e Domenico, due giovanotti sui 24 anni e Vittorio ed Onorio, rispettivamente di 10 e 12 anni. Fulvio e Domenico, vedendo arrivare i Tedeschi, si nascosero dietro a un fosso e non furono visti. Gli altri, invece, non si erano nascosti e presero Vittorio e lo portarono a Casa Fagnoni per poter radunare le sue cose, dicendo che lo avrebbero portato in Germania, al fronte. La madre di Vittorio, che era in quel momento incinta, disse che lo avrebbe accompagnato. A quel punto io andai lì e, rivolgendomi all’ufficiale tedesco che faceva da interprete, dissi:

-Perché lo prendono? Ha soltanto 15 anni!

L’ufficiale rispose:

-In Germania, a 15 anni, sono tutti al fronte!

Poco distante dalla casa di Vittorio, vi era un grosso ciliegio frondoso, sopra il quale vi erano il fratello e il padre di Vittorio, Loriano e Ausilio, che restando fermi, zitti e immobili, riuscirono a non farsi scorgere dai Tedeschi.

I Tedeschi presero Vittorio e la sua mamma per portarli via, però la mamma di Vittorio piangeva. Li portarono giù fino alla strada carrozzabile e, dopo un breve tratto, li lasciarono liberi senza motivo. Essi tornarono a Casa Fagnoni, dove ritornò così la felicità.

Mentre avveniva tutto ciò, la pattuglia centrale, arrivata a Casa Corrieri, la incendiò e così a Casa Santini poco sotto. Tutti ci impaurimmo, pensando che avrebbero messo in pratica ciò che avevano detto e cioè che avrebbero bruciato tutte le borgate partendo dall’alto; fortunatamente si limitarono solo a quelle due borgate, rientrando così a Pracchia.

Nella vallata ci furono degli scontri tra partigiani e Nazi-fascisti, ma verso la fine dell’estate questi ultimi si ritirarono. Mentre si ritiravano, però, i Nazi-fascisti distruggevano tutti i ponti, lasciando così tutti i paesi di montagna isolati.

Dopo la ritirata dei Tedeschi, arrivarono gli Anglo-Americani, che raggiunsero tutti i paesi con la famosa jeep che fino ad allora non si era mai vista e che riusciva a percorrere tutti i tipi di terreno. Gli Anglo-Americani ristabilirono tutti i collegamenti grazie ad un particolare tipo di ponte, il Brail, fatto di una intelaiatura di ferro ed il passaggio in assi di legno.

Il giorno dopo Befana del ’45, rientrai a Pistoia a bordo di un camioncino, perché tutti i ponti della ferrovia Porrettana erano stati anch’essi distrutti e pian piano rientrai all’interno di un normale stile di vita.” (Matteo Dami, Francesco Bresci, Giovanni Nencini e Simone Petrosino, III A)

 

 

 

ALDA BORRI (nata nel 1926)

“A quel tempo ero una ragazzina, abitavo a Treppio, in una casina di montagna nell’Appennino Tosco-Emiliano.

Ero con mia madre, mio padre e i miei fratelli e sorelle, stavamo mangiando e ad un certo punto si sentì un gran rumore, ma lasciammo perdere. Quando il rumore era finito e noi avevamo terminato di mangiare, ci siamo accorti che il pagliaio non c’era più e inoltre avevano portato via anche il maiale, uno dei tanti animali che fortunatamente allevavamo.

Questi sono i primi segni dell’arrivo dei Tedeschi e il segno tangibile della guerra fino ad allora sentita solo da lontano. I Tedeschi erano soldati con una propria divisa e avevano una fascia al collo piena di pallottole, erano sempre armati, ma non erano violenti. Un giorno, però, un tedesco mi chiese di ricucirgli un bottone della giacca, io mi avvicinai e la vidi piena di pidocchi, così mi allontanai e il tedesco mi tirò uno schiaffo: strano da dire, ma vero.

Il cibo ovviamente non era granché, era molto differente da quello di oggi, infatti mangiavamo solo patate e fagioli. Noi fortunatamente non abbiamo patito la fame perché producevamo molto e avevamo molte terre su cui coltivare il grano, quindi non mancava mai il pane che si mangiava di giorno e poi patate e castagne di sera. Avevamo un terreno e un prato enorme dove i soldati tedeschi mangiavano: mia madre, ad esempio faceva il pane e poi lo dava ai soldati. Quando loro andavano via, noi andavamo a vedere ciò che avevano lasciato e il rimanente lo mangiavamo noi.

Per salvare il grano dai Tedeschi, mio padre lo metteva in sacchi e poi li sotterrava.

C’erano molte famiglie e, siccome noi eravamo una delle più fortunate, le donne venivano da noi con ferri da stiro in cambio di qualcosa da mangiare e questa è la dimostrazione che per la fame si fa di tutto.

Una notte, mentre scappavamo dai Tedeschi che stavano facendo rastrellamenti, ci siamo infiltrati in un bosco, con noi c’era anche una mucca e per nostra sorpresa partorì: noi cercavamo di aiutarla, perché i Tedeschi rubavano tutto. Ovviamente ero una ragazzina ed ero molto nervosa, cercavo di aiutarla in tutti i modi, poi è nato il vitellino e ho cercato di portarlo dalla mucca: questa vicenda di una ragazzina di 15-16 anni fa pensare che bisogna essere pronti a tutto nella vita e in qualsiasi momento.

Una mattina, al nostro paesino di Treppio cadde un aereo: tutte le persone erano morte e io, non volendo, ho pestato il polmone del pilota mezzo bruciato e ancora oggi ho il ricordo di quelle unghie così pulite del pilota, che io, lavorando la terra, non avevo mai visto e dei capelli appena fatti. Comunque abbiamo ripreso dei pezzi d’ala dell’aereo e mio zio ci fece pentole ed io ancora oggi ne ho.

Le malattie erano diffuse e i medici ne approfittavano e volevano essere pagati molto. Per il mal di pancia, ad esempio, si usava l’acqua ferrata. In un pentolino veniva messa a bollire dell’acqua ed il ferro veniva lavato e messo ad arroventare. Quando il ferro era rosso, veniva messo nell’acqua e poi veniva bevuta quell’acqua.

Il mio babbo aveva affittato un mulino dove tutti i santi giorni io e miei fratelli e sorelle andavamo a lavorare. Per tornare a casa, però, dovevamo attraversare la strada. Ad un certo punto passò una camionetta, mi videro, scese il conducente che mi prese per un braccio e mi mise dentro la macchina. In quel frangente un mio paesano che stava andando a Treppio, vedendomi sul camion, cominciò a urlare: “Hanno rapito l’Alda!”

In quell’istante, però, in una curva mi buttai giù e fortunatamente, anche perché i soldati erano ubriachi, la fuga riuscì.

Il mio babbo, affittando il mulino, aveva fatto affari, perciò quella per noi era una grande risorsa.

Una notte c’erano bombardamenti continui, così, per salvarsi la mamma mi aveva portato sotto ad un tunnel, fino alla mattina successiva. Il giorno dopo abbiamo notato dei buchi sul terreno, che ancora oggi non so cosa fossero.

Il giorno si portava fuori la mucca a pascolare e quando iniziavano i bombardamenti si metteva a gambe aperte immobile e noi ci si rifugiava sotto la sua pancia.

Generalmente, quando rientravano i deportati, passavano davanti a casa nostra e mia madre preparava sempre i necci e su questo si dava molto da fare. Mio padre diceva sempre: “Se io mettessi in una stanza tutta la roba che ho dato ai deportati, ne riempirei mezza”.

Comunque non esisteva solo il lavoro, infatti il sabato sera andavamo a ballare e per questo c’era bisogno di scarpe “speciali”. Un giorno, infatti, siamo andati a Porretta a comprare il sotto di legno degli zoccoli, poi trovammo in un cestino una corda stracciata e prendemmo anche quella. Abbiamo fatto delle trecce e le abbiamo incollate allo zoccolo e sopra veniva messa la stoffa e con queste andavamo a ballare: i vestiti erano brutti e rozzi. Non avevamo molti divertimenti, ma ci piaceva molto la sera nell’aia con la luna che rifletteva le nostre ombre sul muro della casa.

Certo, a raccontarle ora, queste cose non sembrano neanche vere, dato che la generazione di oggi è molto più fortunata, però io queste cose io le ho vissute e come me tanti altri della mia generazione

Ringrazio di essere qui oggi e di poter raccontare a chi forse non crede tutto quello che la guerra ha portato con sé: paura, miseria e morti”. (Virginia Borri, III A)

 

 

 

PRIMO BRESCHI E LINA LOTTI (di anni 85 e 83)

“Seconda guerra mondiale” nome che evoca, nelle persone che l’hanno vissuta, tanti ricordi, così che intervistarle diventa emozionante. Io fortunatamente ho i bisnonni che sono riusciti a superare questo periodo così difficile. Avevano, rispettivamente, 17 e 15 anni e si sono conosciuti proprio a causa della guerra. Infatti, Primo (il bisnonno) dovette fuggire dalla propria casa, che si trovava in Via di Valdibrana, per non essere catturato dai tedeschi che rastrellavano i giovani e gli uomini per farli lavorare in Germania. Così facendo, conobbe Lina (la bisnonna), che abitava con la sua famiglia in una frazione sopra Sarripoli (Fabbrica). È da allora che sono insieme e nel 2008 hanno festeggiato le nozze di diamante. Intervistandoli, mi hanno raccontato tantissimi episodi di quel periodo ed io ne riporterò solo alcuni.

Correva l’estate del 1944 quando dei partigiani salvarono alcuni soldati russi dai nazisti. Due di quei soldati russi non stettero sotto il controllo dei partigiani, ma si diressero a Fabbrica. La famiglia della mia bisnonna li ospitò, ma questi soldati si ubriacarono e volevano abusare delle donne della famiglia; quindi, il padre di Lina andò a chiamare in aiuto i partigiani. Questi ultimi andarono sul posto per portare via i Russi, ma loro non volevano andare via. Ci fu uno scontro a fuoco, dove i Russi persero la vita. Contemporaneamente arrivarono i Tedeschi e catturarono i partigiani e tutta la famiglia della mia bisnonna, compresa lei. Li portarono giù a valle, li misero contro un muro e puntarono il fucile. Fu la zia di Lina a convincere i Tedeschi a non ucciderli e stranamente i Tedeschi si mostrarono “umani”.

Un altro episodio curioso, ma molto particolare e che fa capire bene il disagio di quel periodo, me lo ha raccontato il mio bisnonno.

Un giorno lui era casa sua insieme alla sua famiglia, arrivarono i Tedeschi e il loro capo ordinò a Primo e a suo fratello di andare via di casa, sennò sarebbe stato costretto a fucilarli. Loro scapparono e si rifugiarono nel bosco, in una capanna. Per sfamarsi, si erano portati con sé un po’ di pane, un pollo e qualche utensile. Dopo alcuni giorni, decisero di mangiare il pollo, cuocendolo nella pentola contenente acqua a bollore. Dopo un po’ che il pollo cuoceva, mio nonno vide che nella pentola erano venuti a galla dei vermi e, preso dalla disperazione, tirò un calcio alla pentola e la fece rotolare lungo una scarpata. Il mio bisnonno e suo fratello si guardarono negli occhi e si chiesero: “E ora che si mangia?” Andarono a prendere il pollo e lo mangiarono…tanta era la fame!

Un altro episodio fu quando Primo era sfollato nei boschi e aveva trovato un accordo con la famiglia di Lina per avere almeno un po’ di pane per mangiare. Quando a casa della mia bisnonna non c’era pericolo e quindi il mio bisnonno poteva andare lì, la famiglia di Lina metteva alla finestra dei lenzuoli bianchi, per indicare che la strada era libera.

(Francesco Breschi, III A)

 

 

BRUNO FABBRI (1907-1982)

Il mio bisnonno Bruno, nonno di mia madre, fu richiamato nella 2ª Guerra mondiale ed inviato in Grecia, poi in Albania. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu rastrellato dai Tedeschi e portato in un campo di lavoro a Berlino, dove è rimasto fino alla fine della guerra. Dal campo in cui erano detenuti, lui e gli altri soldati della compagnia venivano portati a lavorare in una ditta che produceva valvole per l’idraulica. Il mio bisnonno, però, era un pittore, un bravo ritrattista: gli ufficiali ed i soldati tedeschi gli portavano le fotografie dei loro familiari e lui faceva i ritratti. Questo ha salvato lui e i suoi compagni anche dalla fame, perché riceveva maggiori razioni di cibo, che divideva con i compagni.

Sono riuscito a raccogliere queste informazioni intervistando mia nonna e suo fratello, ma sono notizie frammentarie, perché Bruno raccontava malvolentieri l’esperienza della guerra.

Quando i Russi si avvicinarono a Berlino, Bruno e i suoi compagni riconobbero le katiusce che sparavano. Cominciò così il lunghissimo ritorno a casa: cercavano di non farsi prendere dagli alleati o dai Russi, perché sapevano che significava essere di nuovo imprigionati. Riuscirono a tornare grazie ad un soldato di Genova che parlava tedesco, si chiamava Magnani. Praticamente sono tornati a piedi da Berlino, fermandosi a lavorare presso qualche contadino per ricavarne da mangiare. Sono riusciti a salire su un treno solo a Bolzano. Non so quanto sia durata esattamente questa marcia. Quando è tornato nella casa di Candeglia dove abitava, aveva le vene delle gambe infettate.

Per tanti anni gli ha mandato gli auguri di Natale un suo compagno, probabilmente perché si ricordava del cibo che riceveva da Bruno, grazie ai suoi quadri, quando erano a Berlino.

Mia nonna ha un ritratto di lei bambina fatto a carboncino, datato 1º ottobre 1944, quando lei aveva 4 anni: è davvero molto bello! Mi piace pensare che in Germania ci siano ritratti che ha fatto il mio bisnonno. (Leonardo Ferrali, III A)

 

 

FULVIO GIOFFREDI (1913-1999)

Il padre di mio nonno materno era originario della Montagna Pistoiese. Fu richiamato nell’esercito ed è stato protagonista di una grande fortuna. La sua destinazione era l’ARMIR, l’Armata italiana in Russia. Facendo il taglialegna ed il carbonaio di mestiere, aveva fatto domanda presso un generale affinché fosse trasferito in Sardegna come taglialegna, ma la risposta non arrivava, mentre invece era arrivato il richiamo ufficiale per l’ARMIR. Da Treppio, il paese in cui abitava, si recò un’ultima volta all’ufficio postale di Torri, prima di andare a prendere l’autobus che lo avrebbe portato alla stazione a Pistoia, per vedere se fosse arrivata la risposta dalla Sardegna e, incredibile ma vero, c’era la risposta affermativa al trasferimento in Sardegna.

Conoscendo la storia dei sopravvissuti dell’Armir, probabilmente il mio bisnonno si è salvato la vita.

(Leonardo Ferrali, III A)

ROBERTO RABUZZI

“Terribile, la mia infanzia è stata un orrore continuo. Vivevamo in una casa di campagna, poco lontana dal centro della città. Ogni giorno i Tedeschi passavano per razziare quel poco che avevamo, portandoci via i nostri animali e il nostro pane. Alcune volte veniva ucciso un tedesco e in quei momenti i miei genitori erano costretti a nascondersi, come molte altre persone, per sfuggire alle fucilazioni.

Vivevamo sempre in uno stato di allerta continuo. Ogni notte, verso l’una, un aereo da ricognizione che noi avevamo soprannominato ironicamente “Il Peppino”, sorvolava Pistoia cercando armi e soldati avversari. Un giorno mio nonno portò a casa un vecchio cannone semidistrutto e lo posò in giardino. La notte, quando l’aereo lo notò, pensandolo nemico, sganciò una bomba che lo fece esplodere e danneggiò gravemente parte della casa in cui allora la mia famiglia viveva. Mio padre, temendo che l’episodio potesse ripetersi, ci portò in un campo di grano dove, con un ombrello per ripararci eventualmente da improvvise piogge, potevamo trascorrere la notte. Pernottammo nel campo alcuni giorni, quando, una sera, una pattuglia di Tedeschi, notando l’ombrello, fece fuoco ad altezza d’uomo, rischiando di porre fine alle nostre vite. Così fummo costretti a tornare alla nostra abitazione contadina. Quando il raccolto fu pronto, mia madre e mio padre, per proteggerci dalle razzie, nascosero il grano entro damigiane sigillate e ben occultate nel letamaio. I Tedeschi, per mantenere il controllo sulla popolazione, ogni giorno sparavano una decina di colpi di cannone, cosicché io e mio fratello avevamo circa otto secondi per cercare un riparo.

A mio zio capitò la sfortuna di lasciare una finestra aperta e i Tedeschi gli distrussero la casa a colpi di cannone. Poco prima dell’armistizio, nel 1943, mio padre tornò a casa quasi sull’orlo del pianto, perché si era dimenticato di effettuare il saluto alla bandiera e gli erano state minacciate le percosse e la purga”.

Ricordate, ragazzi, ogni guerra è brutta e porta solo fame, distruzione e morte!” (Marta Gori, Michael Minni e Federico Pelliccioni, III A)

 

 

FRANCESCO VANNINI (1930)

Questa breve intervista mi è stata rilasciata dal mio nonno paterno Francesco, che è nato il 7 novembre del 1930, quindi lui ha vissuto i suoi anni di bambino e d’adolescente nel periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Il nonno è nato e ha vissuto a Poppi, un piccolo paese del Casentino, in provincia di Arezzo, dove ancora oggi vivono tre dei suoi fratelli. Forse il fatto che lui non abbia vissuto in città, i ricordi di questo periodo della sua vita non sono così brutti come si potrebbe pensare.

Mi ha raccontato che in casa sua sono stati nascosti dei partigiani; suo padre Gino era un convinto antifascista. Lui non si era iscritto al partito, così, quando rientrava dal lavoro nei campi e si fermava sotto le logge della chiesa per fare una partita a carte con i suoi compaesani, quelli del partito gli ordinavano di alzarsi e lo accompagnavano a casa. Siccome la famiglia di mio nonno era contadina, sulla loro tavola, anche se non abbondava, non è mai mancato da mangiare. (Isaia Vannini, III A)

 

 

DORIANO CIVININI (1925)

Mio nonno si chiama Doriano ed è nato il 12 dicembre del 1925 a Germinaia, un paesino sopra Pistoia. Quando seppe dell’arrivo dei Tedeschi nel suo paese, si nascose, insieme a qualche altra persona, all’interno di un manicomio chiamato Ville Sbertoli, una casa di cura dove appunto c’erano persone malate di mente.

Mio nonno era molto giovane e aveva da poco iniziato la sua attività di commerciante. Insieme alla sua famiglia, vendeva carbone, legna, ecc. e, siccome le Ville Sbertoli suoi clienti, non ebbe problemi a entrare nella struttura, anzi fu accolto tranquillamente.

Quando i Tedeschi entravano in questo manicomio per eseguire delle ispezioni, mio nonno andava nei reparti dove c’erano i malati più gravi e si mescolava a loro; a quel punto i tedeschi se ne andavano, perché consideravano queste persone inutili, non capaci di lavorare. Fortunatamente mio nonno non è stato preso prigioniero come tanti altri e quindi non ha dovuto subire i maltrattamenti e le torture dei Tedeschi.

La famiglia di mio nonno con l’arrivo dei Tedeschi ha subito la perdita di parte del bestiame che aveva, soprattutto cavalli, muli e maiali. (Stefano Nenciarini, III A)

 

NARA QUATALTI (1935)

Mia nonna si chiama Mara ed è nata il 3 febbraio 1935 a Montorsaio, una frazione del comune di Campagnatico, in provincia di Grosseto. Quando scoppiò la guerra, mia nonna aveva 8 anni e faceva parte di una famiglia numerosa. Aveva, infatti, 8 fratelli e sorelle e quando il suo paese fu bombardato, scappò insieme ai suoi familiari e stette quattro giorni e quattro lunghe notti nascosta nel bosco. Dopo, suo padre, insieme ad altri uomini, si nascose in una grotta e lei, insieme alla madre, ai suoi fratelli e altre famiglie, andò in un podere chiamato “La Nave”.

Una mattina i Tedeschi li contarono ad uno ad uno e dissero loro che, se il giorno dopo fosse mancato qualcuno alla conta, avrebbero ammazzato tutti. Durante la notte un vecchio scappò, quindi il mattino successivo i conti non tornavano e i Tedeschi li misero tutti in fila per fucilarli: questo è il momento che mia nonna ricorda come quello più brutto e pieno di paura. Fortunatamente in quel momento passò la Cicogna, cioè un apparecchio di ricognizione che precedeva i bombardamenti americani. I Tedeschi scapparono ed arrivarono così gli Americani, con cibo in abbondanza. Tra i soldati alleati ce n’era uno che aveva una bambina dell’età di mia nonna e che si chiamava come lei, così la prese in simpatia e le regalò cioccolata, sapone e formaggini. (Stefano Nenciarini, III A)

 

 

 

DANIELE NELLI (nato nel 1930)

Daniele aveva 14 anni quando il 28 aprile del 1944 ci fu il primo bombardamento nella zona di Piteccio. Erano le 12 in punto quando dai campi in cui lavorava sentì delle grida seguite dal rumore della formazione. Poi un fischio, uno schianto e una nube di fumo nero che si alzava. Dopo lo spavento si diresse a Pistoia per vedere i danni dei bombardamenti. Lo spettacolo era agghiacciante: case distrutte, muri fatti a brandelli, macerie, corpi senza braccia o gambe, sangue e persone che urlavano.

Questo spettacolo rimane incancellabile nella sua mente, come un ricordo che non se ne potrà mai andare e che lo accompagna ancora oggi che è in tarda età.

A quei bombardamenti ne seguirono altri 2, alcuni dei quali miravano a distruggere il ponte e la linea ferroviaria. Spesso lui e i suoi compagni si trovavano a pochi chilometri dalle bombe, così lui e la sua famiglia si rifugiarono per 19 giorni in un nascondiglio sotterraneo per salvarsi dalle bombe. Finalmente il 19 settembre del 1944 arrivarono i soldati americani. La notizia, non avendo il telefono, passava da colle a colle con le urla di gioia delle persone.

Daniele e altri suoi compagni, essendo maturi i fichi, ne raccolsero un cesto per portarlo in dono ai soldati. Questi, in parte inglesi, ma soprattutto sudamericani, accettarono il cesto di frutta e lo riempirono a loro volta di cioccolata, sigarette e carne in scatola. (Stefano Nenciarini, III A)

 

 

MARCELLA MICHELOZZI (1935)

Marcella, nata il 10 agosto del 1930, ha raccontato un episodio che riguarda la sua esperienza: a Vidiciatico 19 ragazze giovani si riunirono tutte insieme per scappare e rifugiarsi in un posto sicuro. I Tedeschi, però, riuscirono a scovarle e le fucilarono una ad una con un solo colpo alla tempia e, finita l’opera, incendiarono la casa. Dal bosco vicino i partigiani, tra cui il suo futuro cognato, sentirono le urla di queste ragazze che chiedevano aiuto, ma quando arrivarono al rifugio era troppo tardi. (Stefano Nenciarini, III A)

 

 

 

MORENO RAFANELLI (28/8/1936)

Per avere delle notizie sulla II Guerra Mondiale, ho intervistato mio nonno, che è nato nel 1936. durante la guerra era un bambino e quindi molte cose le ha sapute dopo, dalla sua mamma.

1) Come si viveva in quel periodo e come erano le abitazioni?

Le abitazioni erano molto semplici, avevano le pareti grezze non tinte, non c’era il bagno e non avevamo l’acqua. La prendevamo alle fontane. Abitavo in campagna con la mia famiglia, avevamo la stalla con gli animali e il pollaio con le galline. Coltivavamo la terra con grano e granturco per poter sfamare la famiglia.

2) Era rischioso stare in casa?

C’erano momenti in cui era rischioso stare in casa, perché ogni tanto venivano i Tedeschi a controllare e un giorno ricordo che entrarono nella stalla e portarono via una mucca e il vitellino, un vero disastro per la famiglia! Il mio babbo si era travestito da donna e così si salvò.

3) Quali sono stati i momenti più paurosi?

I momenti più paurosi sono stati quando passavano gli aerei per annunciare i bombardamenti. A qualsiasi ora del giorno o della notte dovevamo fuggire di casa e nascondersi nei campi dentro le fosse, perché anche le case erano obiettivi da colpire. Dal cielo arrivavano dei lampi abbaglianti come fuochi d’artificio.

4) Che cosa fu distrutto a Pistoia?

Fu colpita Piazza San Francesco, dove abitava un mio parente che perse la casa e tutte le sue cose. Lungo la Porrettana i Tedeschi tentarono più volte di colpire il Ponte alle Svolte, via di comunicazione tra la Toscana e l’Emilia Romagna, ma non ci riuscirono.

Chi ha vissuto quei momenti terribili sicuramente non può dimenticarli. (Matteo Cartigliani, III A)

 

 

DORLÌ PARLANTI (1933)

Oggi ho intervistato mia nonna per vedere cosa ricordasse della Seconda Guerra Mondiale. Naturalmente non ha potuto raccontarmi tutto, perché ci sono degli episodi che non ricorda più.

Alla fine della guerra mia nonna aveva 9 anni. Nel mese di aprile c’erano le bombe che cadevano vicino alla casa dove abitava. Le famiglie costruivano rifugi sotto terra, dove andavano quando avevano notizia del bombardamento nella zona. Quelli della sua famiglia, assieme ai vicini di casa, si radunavano tra di loro e stavano al buio, perché la luce poteva attirare le spie aeree e localizzare le persone.

Il Referendum del 1946, per scegliere la forma politica con cui doveva essere governata l’Italia, fu un momento sentito, perché fino ad allora c’era stata la monarchia. I ragazzi andavano ad attaccare i manifesti e finalmente il 2 giugno mia nonna ed i suoi amici seppero che aveva vinto la monarchia. (Leonardo Campigli, III A)

 

 

 

BRUNA ACHILLI (1934)

Io ho intervistato mia nonna per sapere quello che si ricordava sulla Seconda Guerra Mondiale.

Mi ha raccontato che nel paese dove abitava furono giorni davvero difficili, perché bisognava stare molto attenti a quando arrivavano i Tedeschi e nascondersi.

Mi ha raccontato che mancavano i generi di prima necessità e ognuno si arrangiava come meglio poteva. Chi aveva un po’ di terra coltivava la verdura, chi aveva la fortuna di avere mucche e pecore facevano il formaggio e avevano il latte. Era molto usato il baratto per scambiarsi tra vicini di casa cose utili.

Gli uomini, specialmente se giovani, dovevano nascondersi oppure darsi alla macchia, cioè andare nei boschi a cercare un nascondiglio. Le donne dovevano essere brave e capaci di organizzare la casa e pensare ai bambini. Ad esempio, mia nonna viveva con tre sorelle e un fratello e tante volte doveva badare a tutti. Una volta ebbe molta paura, perché all’improvviso entrarono due soldati che cercavano il suo babbo per arrestarlo, ma, visto che non c’era nessuno, andarono subito via, però che spavento!

L’intervista è finita con il racconto della liberazione da parte dei soldati americani, che entrarono trionfalmente in paese regalando caramelle e cioccolata e soprattutto libertà. (Lucrezia Giagnoni, III A)

 

 

 

LEONIA REGGIANNINI (17/1/1926)

“Io mi ricordo proprio il primo bombardamento a Pistoia.

Io e la mamma eravamo sole, perché il babbo era morto nel 1936 e mio fratello era della Repubblica di Salò e si trovava a Napoli.

Noi si stava in Corso Vittorio Emanuele (ora Corso Gramsci), di fronte all’ Istituto Pacini. Siamo salve per miracolo! Noi eravamo in casa, stanche da non dire, perché eravamo andate ad Arcigliano a raccogliere castagne, facendo tutta la strada a piedi!

Era una domenica d’ottobre. Di notte suonò la sirena d’allarme, mi affacciai e vidi una luce. Era un bengala e io dissi alla mia mamma:

“Brucia il mondo! Brucia il mondo!”

Si fece appena in tempo a mettersi qualcosa addosso e si voleva uscire. Un signore ci fermò e ci disse che non si poteva uscire, perché la bomba era cascata proprio lì vicino. Avevano colpito una palazzina (dove ora c’è il Vettori), ci abitava una famiglia facoltosa, la famiglia Mandorli. Morirono tutti, compreso il fidanzato della figlia. Davanti a casa nostra c’erano la tipografia Grazzini e l’ufficio leva: ecco perché avevano bombardato lì. Quando si cominciò a sentire gente fuori, ci si vestì e, siccome la mamma aveva i parenti a Sant’ Alessio, decidemmo di andare lì, a piedi.

Durante il tragitto, s’arrivò a Piazza Garibaldi: c’era gente che urlava, chi scappava di qua, chi di là. S’arrivò in San Marco, anche lì la gente urlava e scappava, qualcuno era in camicia da notte. Davanti a noi c’erano muri crollati e schegge. Finalmente s’arrivò a Sant’ Alessio, a casa dei nonni. Erano preoccupati per noi e ci stavano aspettando, allora dissero: “Dato che siete venuti, rimanete qui, se dovessero bombardare ancora, è meglio se state qui sfollati”.

La mattina dopo ci portarono col calesse fino al bar Aurora (i miei nonni erano contadini, avevano un cavallo e ogni giorno portavano il latte in città per venderlo) e poi a piedi si tornò a casa a prendere le nostre cose. Davanti al bar Valiani c’era una buca e tutta la gente era spaventata. Quando s’arrivò a casa nostra, si seppe che quelli della famiglia Mandorli erano morti tutti e si vide la loro palazzina tutta distrutta.

Quando eravamo sfollati a Sant’ Alessio, la mia mamma tutti i giorni a piedi veniva in centro a Pistoia a lavorare. La mia mamma faceva due lavori: la mattina faceva le pulizie in un circolo ricreativo (Le Stanze) e la sera faceva la guardarobiera, sempre in quel circolo.

La sera, da dove eravamo noi (a sant’Alessio), si vedeva Pistoia che veniva bombardata, prima però illuminavano coi bengala. Dalla paura noi si scappava come pazzi su per Germinaia, anche se si sapeva che non ci bombardavano. Là non succedeva nulla, ma avevamo paura lo stesso e una notte ci si rimpiattò in una fossa. Un giorno passarono tanti aerei americani, però non bombardarono e noi si diceva:

“ Mamma mia! Chissà dove andranno!”.

Dove eravamo sfollati, non si pativa la fame, perché, come ho detto prima, eravamo dai nonni, che erano contadini. Quando la guerra sembrava finita, dopo l’armistizio, si tornò a casa e cominciò il momento più duro. Mi ricordo ancora quando i Tedeschi marciavano sul corso coi loro passi pesanti e razziavano tutto. Lassù dai miei zii, un giorno arrivavano i Tedeschi e dissero: “Kartoffel!”. Volevano le patate e io e mia cugina si facevano bollire nel paiolo. Loro le mangiavano, poi volevano il vino. Il nonno aveva rimpiattato il cavallo perché non lo prendessero.

Una mia amica più grande di me aveva un fratello partigiano, che venne fucilato in Piazza San Lorenzo. Mi ricordo che la gente era impaurita quando si seppe che era stata fucilata tutta quella gente.

Quello che poi sarebbe diventato mio marito (ci si sposò nel ’48), faceva la guardia forestale. Dopo l’8 settembre venne via e lo ricercavano i Tedeschi. La sua mamma, a Canapale, aveva una piccionaia e lo nascose lì; avevano levato il dietro di un armadio e da lì passavano nella piccionaia. I tedeschi non lo trovarono mai e così lui si salvò.

Un giorno si seppe a radio Londra che c’era stato lo sbarco in Normandia. Un amico di un mio cugino aveva una radio piccolina. Noi s’abbassava il volume e si stava ad ascoltare, di nascosto.

Un’altra cosa che mi ricordo bene è quando era stata dichiarata la guerra. Vicino a casa mia, all’angolo di Via Fonda, avevano messo un altoparlante e ricordo ancora la voce di Mussolini che diceva: “La dichiarazione di guerra …”.

Anche a Pistoia c’erano i fascisti ed erano contenti, viaggiavano col manganello. La figliola del proprietario della tipografia Grazzini aveva sposato un fascista e quando si vedeva passare con la divisa, faceva impressione. Il mio povero babbo era socialista, ma non si esponeva e perciò non aveva problemi.

Il 25 aprile del ‘45, la mattina, arrivò la notizia della liberazione e andavano tutti a festeggiare in Piazza Duomo. Ci volevo andare anch’io, ma la mia mamma non mi ci mandò perché la mia amica non poteva accompagnarmi e lei non voleva che ci andassi da sola.

Finita la guerra, tornò anche mio fratello, nato nel 1925, era giovane e non si rendeva conto di essere dalla parte sbagliata. (Maria Lorello, III A)

 

 

FERDINANDO (1920)

– Raccontami della tua esperienza in guerra

-Sono partito nel 1942, avevo 22 anni, sono stato mandato a Trento e da li alcuni miei compagni furono mandati a combattere in Albania mentre altri dovettero partire per la Russia. Anch’io dovevo far parte della compagnia che andava in Russia, poi non mi ricordo il motivo, ma fui assegnati al battaglione che andava a Torino. Mi ricordo bene i miei compagni che tristemente cantavano mentre partivano per la Russia. A Torino c’erano anche compagnie di tedeschi che combattevano con noi e insieme a loro ci siamo trasferiti al sud della Francia che era già stata occupata dai tedeschi.

– Ti ricordi dell’8 Settembre?

– Mi ricordo molto bene perché mi trovavo in Francia e proprio in quei giorni fui arrestato. L’8 Settembre ero per strada con 5 miei compagni quando una ragazza francese ci ha detto chiamato e ci ha informato che il re aveva firmato l’armistizio. Noi non sapevamo cosa fare e speravamo di tornare in Italia, così siamo rientrati in caserma. Il giorno dopo però i tedeschi hanno accerchiato la nostra caserma e siamo stati presi tutti prigionieri. Infatti, il nostro comandante ci ha detto di consegnare le armi. Oggi penso che prima di firmare, avrebbero dovuto far tornare i soldati in Italia perché in quei giorni nessuno sapeva cosa fare ed eravamo circondati dai tedeschi.

– Come hai fatto a tornare in Italia?

– Prima di tornare ho viaggiato molto sempre da prigioniero. I tedeschi ci hanno portato verso il Nord della Francia e mi trovavo lì proprio quando c’è stato lo sbarco degli Americani in Normandia. Io con alcuni compagni siamo riusciti a fuggire, abbiamo cercato l’aiuto di partigiani francesi e siamo stati accolti da una famiglia di origine italiana. Questi francesi ci hanno affidato agli americani e poi agli inglesi. Noi pensavamo sempre che ci avrebbero fatto tornare in Italia invece loro ci hanno portato in Inghilterra e, siccome non si fidavano di noi, ci hanno sempre tenuti prigionieri e ci facevano lavorare.

– Fino a quando sei stato in Inghilterra?

– Sono rimasto li fino al 1946 e per più di un anno non sono riuscito a mandare neppure una lettera.

-Com’è stato il ritorno?

-Sono sbarcato a Napoli, poi ho preso il treno fino a Roma, ma in quegl’anni le ferrovie erano state bombardate e non sapevo come raggiungere la Toscana. Per fortuna ho trovato un treno per Pisa, poi da lì ho chiesto dei passaggi e sono riuscito ad arrivare a Piteglio e ho proseguito a piedi fino a Cutigliano.

(Chiara Pagliai, 3^C)

 

FABIO (1926)

Quanti anni avevi allo scoppio della guerra e che cosa facevi?

Nel 1940 io avevo 14 anni e andavo a scuola. Per il regime fascista tutti i sabati dovevamo vestire la “montura” da balilla moschettiere e il mio gruppo era il “ Bertini” di Porta Carratica. Abitavo vicinissimo alla stazione ferroviaria.

Quando c’è stato il primo bombardamento?

Il primo bombardamento ci fu nel 1943, di notte, fatto dagli aerei inglesi.Vidi che era tutto illuminato a causa dei bengala che venivano lanciati dagli aerei per fare luce sui bersagli. Io e la mia famiglia scappammo lungo la ferrovia verso Firenze. Mi ricordo che nella fretta la mia mamma si mise due scarpe spaiate e che nella corsa le perse tutte e due! Davanti alla stazione cadde una bomba su una falegnameria e scoppiò un grande incendio. La casa non fu colpita ma alla mattina noi andammo sfollati da dei parenti in campagna nei pressi del Bottegone. Il cibo era razionato e noi ragazzi avevamo sempre molta fame. A16 anni trovai impiego all’ufficio tecnico della San Giorgio come disegnatore nel reparto ottica. Lì si facevano “fotoelettriche”, sistemi di puntamento per gli aerei e periscopi per i sommergibili. Una volta fu colpita dalle bombe anche la San Giorgio. Io andavo a lavoro in bicicletta ma per un certo periodo dallo stabilimento ci trasferivano giornalmente con un camion in altri uffici a Tobbiana, sempre per timore degli attacchi aerei. Ogni volta che iniziava un bombardamento suonavano gli allarmi e una volta che mi trovavo in centro, scappai di corsa e mi andai a riparare con molta altra gente nel rifugio sotterraneo presso il bastione Tyrion, proprio dove ora c’è la tua scuola. Spesso dalla campagna si vedevano le bombe cadere sulla città; mi ricordo di quando per bombardare il ponte della Porrettana fu distrutto il paese di Piteccio, il giorno dopo andammo in bicicletta a vedere quel disastro e restammo scioccati dal sapere che erano morte 125 persone. Siamo stati sfollati dai parenti al Bottegone per più di un anno e mezzo e in totale eravamo 22 persone. Dopo l’8 settembre del ’44 cominciarono i rastrellamenti da parte dei Tedeschi e gli uomini rischiavano di essere catturati. Mi ricordo di quella volta che mentre eravamo tutti a pranzo, la mia nonna faceva la guardia seduta sul “callare” e, se arrivavano i tedeschi, doveva avvertire gridando “Teresina”, purtroppo però si addormentò e si trovò degli austriaci davanti. Si avvicinò alla porta e disse “Teresina” sottovoce ma non fu sentita. I soldati bussarono alla porta, una zia aprì e, vedendoseli davanti, richiuse subito. Gli uomini fecero in tempo a nascondersi e quella volta i soldati presero solo delle uova perché cercavano da mangiare. Io mi rifugiai nel sottotetto, in uno spazio stretto dove respiravo a fatica; da allora non sopporto più i luoghi angusti. Un’altra volta arrivarono i tedeschi alla porta e io e mio zio ci buttammo da una finestra sul dietro della casa, scappammo per i campi e le fosse. Camminavamo carponi in una di queste fosse quando ad un tratto vedemmo sollevarsi una grossa zolla d’erba e una voce disse “Oh che c’è i tedeschi?”. Ci prese una spavento incredibile finché non vedemmo che nella buca c’era un nostro conoscente che si era costruito lì un nascondiglio: era un ferroviere collega di mio padre con fama di inventore…

Quando ci fu la Liberazione?

Nel 1945 i Tedeschi si ritirarono sulla Linea Gotica e cominciarono ad arrivare gli Alleati: i primi che vedemmo al Bottegone furono Sudafricani ed Inglesi, si accampavano anche nei campi coltivati di mio nonno ma a noi non dispiaceva perché portavano cibo, cioccolata e sigarette che non si vedevano più da tanto tempo! Dalla campagna finalmente si tornò in città e trovai che la nostra casa era distrutta, mi dispiacque molto di aver perso in quel modo tutti i miei libri di scuola.

Ricordi dei festeggiamenti per il 25 aprile?

In città non mi pare di ricordare che le persone avessero molta voglia di festeggiare in mezzo a tutta quella distruzione…

Grazie, nonno Fabio, per il tuo aiuto! (Eleonora Gonfiantini, 3^C)

 

ALFIO (1936)

-Quanti anni avevi quando è scoppiata la guerra ?

-Avevo 4 anni.

-Come l’hai vissuta in senso letterale la situazione?

– Io e la mia famiglia l’abbiamo vissuta male perché non c’era da mangiare. Le persone riuscivano a riempirsi lo stomaco con i prodotti dell’orto e chi aveva i soldi comprava da mangiare al mercato nero. Nelle botteghe esisteva la tessera annonaria che serviva per razionare il cibo. Veniva concesso un etto di pane a persona al giorno, quindi noi ci sostentavamo con 4 etti di pane al giorno: stesso discorso per lo zucchero: insomma non si trovava più cibo. Già accadeva questo nei primi anni di guerra, puoi immaginarti gli ultimi.

-E in casa ?

– A causa dei bombardamenti la gente sfollava dalle città e andava nelle campagne. Nei paesi come il mio ( io vivevo a Montemagno) la gente veniva accolta: in casa mia c’erano 3 famiglie (una famiglia di Navacchio e due di Pisa) e anche dei parenti , che vivevano nella zona del fronte. Nella nostra camera si dormiva in 10 persone.

Pisa era a soli 13 km di distanza e quindi sentivamo il rumore dei bombardamenti. Quando hanno bombardato il ponte di Caprona vedevamo gli aerei che volavano sopra di noi e all’altezza della Verruca sganciavano le bombe che si potevano vedere a occhio nudo.

– Dato che tu eri un bambino come vivevi la situazione ?

– I discorsi venivano fatti dai grandi. La mia mamma aveva comprato 5 pacchetti di biscotti che nascose nella biancheria per paura che le altre persone sfollate in casa potessero “rubarli”: avevamo fame. Dicevo sempre “ Mamma io ho fame” e lei mi rispondeva “Vieni con me”: mi portava in camera ( che chiudeva a chiave ) e mi dava due biscotti.

-Per quanto riguarda i vestiti ?

– Quando avevi un paio di pantaloni e una camicia , si andava avanti bene: bastava stare coperti !

– Per quanto riguarda il discorso dei partigiani ?

– Dunque, dopo che l’Italia firmò l’armistizio, i tedeschi invasero l’Italia e tennero la gente “sotto il tallone, schiavi”. I partigiani nacquero perché Mussolini costituì la Repubblica Sociale ( uno stato al di fuori della legalità): allora gli uomini erano obbligati ad andare a combattere per Mussolini. Le persone che si ribellavano combattevano contro i tedeschi e il nazismo. Una mattina, fu nel’44 mi pare, in paese entrò una compagnia di soldati tedeschi. Entrarono sparando e catturarono un mio zio con altre persone: lui tento’ di scappare ma venne ucciso. Giulia ti puoi immaginare la paura.

– E la tua mamma ?

– La mia mamma è morta perché con la guerra la gente non si cura. Lei si ammalò di tubercolosi. All’inizio il dottore non aveva capito il tipo di malattia ma quando la riconobbe era ormai troppo tardi. Dopo la guerra, in 4 mesi, morì.

– Avevi paura?

– Ho avuto paura, fame e freddo : ho avuto tutto.

il mio babbo lavorava per lo Stabilimento della Marina dove venivano costruiti gli aerei, sicchè lavoravano per la guerra e difatti lavorando lì non lo chiamarono al fronte. Questo stabilimento piano piano fu spostato e trasferito in Piemonte e quindi mio padre andò in Piemonte. Quando gli americani occuparono Roma, mio padre per la paura che la famiglia si separasse tornò da noi.

Un giorno venne pubblicato un manifesto” Le persone dai 16 ai 60 anni dovevano presentarsi per l’arruolamento”. Mia madre era contraria perché diceva “ Se si deve morire moriremo insieme con tutta la famiglia” e allora decidemmo di andare in Piemonte la dove c’era il suo posto di lavoro, ma siccome non c’erano i mezzi ci siamo dovuti andare a piedi. Era la mattina del 2 agosto del 1944. Il mio babbo e la mia mamma avevano un sacco contenente alcuni oggetti, mentre io portavo i cappotti della famiglia sulle braccia : sembravamo i personaggi del presepio. Arrivati vicino a Lucca abbiamo dormito in un fienile. La seconda notte abbiamo dormito sotto un porticato. I miei genitori trovarono della bistecche:era tanto che non mangiavo la carne. Dalla voglia di mangiarla ne presi un pezzetto bollente, sicché mi bruciai la lingua e non riuscì ad assaporarla.

– Ti lascio un po’ di spazio per raccontare da solo.

Alfio: Noi siamo arrivati in un teatro e riuscimmo a dormire. La mattina molti uomini pensavano di tornare indietro. Quelli che decisero di continuare, furono catturati dai tedeschi e deportati in Germania: non si sa che fine abbiano fatto. Noi tornammo indietro e ci fermammo in un paesino per circa due mesi : aspettavamo l’arrivo degli americani.

Una sera sono arrivati, un battaglione, tutti di colore ( io non li avevo mai visti). Per la strada si trovò del materiale bellico tra cui munizioni ed altro. Da Corsagna siamo ritornati a casa.

– E cosa avete fatto quando finì la guerra ?

– Abbiamo cercato di ricostruire tutto e di riprenderci.

-… ?

-Una mattina ci siamo svegliati e abbiamo trovato molti militari indiani ( perché combattevano con gli inglesi ) erano bravi e ci si fece amicizia Una volta mi diedero cioccolata, tè e biscotti : per un bambino era una cosa bellissima. Fu un periodo felice. (Giulia Scimone,3^C)

 

 

ALDO (1928)

– Dove vivevi e quanti anni avevi quando è iniziata la Seconda Guerra Mondiale?

-Quando cominciò la guerra mi trovavo a Udine e poi, nel 1941, mi trasferii a Lucca con la mia famiglia. Nel 1940 avevo 12 anni, e quando la guerra terminò ne avevo 16.

– Cosa ti ricordi di quel periodo?

– Mi ricordo quando incominciarono i bombardamenti da parte delle truppe alleate anglo-americane, per cui, dalla città di Lucca, sfollai con la mia famiglia nella campagna lucchese. Mi sono rimasti impressi non solo i bombardamenti, ma anche le azioni di guerra che successivamente ebbero luogo fra i reparti tedeschi e le truppe americane della 5° armata comandata dal generale Clark. Nel corso della guerra ricordo la carenza di generi alimentari che erano contingentati e consegnati, in misura assolutamente insufficiente, tramite un’apposita tessera che era rilasciata a ciascun componente del nucleo familiare. Le notizie che venivano date dalla radio italiana erano in gran parte inattendibili e di propaganda fascista, per cui, pur essendo rigorosamente vietato, alla sera ascoltavamo Radio Londra che descriveva la situazione dei vari fronti di guerra.

– In quel periodo hai conosciuto qualche personaggio particolare o ti è rimasto impresso qualche fatto degno di memoria?

– Nel 1944 i tedeschi, nel tentativo di rallentare l’avanzata degli eserciti alleati che già occupavano l’Italia Meridionale e Centrale, istituirono una linea difensiva denominata Linea Gotica che si estendeva dalla provincia di Massa Carrara fino alla costa adriatica di Pesaro per un fronte di oltre 300 chilometri. In quel periodo, per sfuggire ai rastrellamenti che i tedeschi operavano nei confronti della popolazione italiana, mi impiegai in un’officina meccanica di Lucca (Officina Pera) che riparava anche automezzi dell’esercito tedesco. Il fratello del titolare di detta officina, architetto Pera, aveva visto in mano ad un ufficiale tedesco una pistola che lo aveva colpito per la forma particolare e l’aveva disegnata su un foglio. Poiché questo disegno fu scoperto da un ufficiale delle SS, l’architetto fu accusato di spionaggio, fu arrestato e fucilato senza processo nella campagna lucchese. Sempre a Lucca anche un sacerdote, don Mei, che aveva nascosto nei locali della chiesa alcuni ebrei e giovani partigiani, fu fucilato sotto le mura della città. Un cippo marmoreo tuttora esistente ne ricorda il sacrificio. Dopo alcune settimane anch’io fui prelevato da una pattuglia della GESTAPO per essere trasferito ai lavori forzati nel comune di Bagni di Lucca lungo la Linea Gotica. Poiché conoscevo la lingua tedesca, imparata a scuola nel periodo di residenza nel Friuli, riuscii ad evitare la deportazione verso il nord dell’Italia.

– Sappiamo che l’opinione generale sulla forza di occupazione tedesca è negativa, ma tu hai conosciuto un personaggio tedesco positivo?

– Sì, ho un buon ricordo di un tenente tedesco della Wermacht che mi difese da un ufficiale fascista che aveva occupato abusivamente l’appartamento dei miei genitori. Inoltre ricordo con commozione un sergente austriaco di nome Franz, che diventò mio amico quando ero sfollato nella campagna lucchese. Franz amava l’Italia ed era contrario alla guerra ed alle tremende rappresaglie che venivano attuate dalle SS con la prepotenza, la violenza e l’annientamento della dignità umana.

– Hai conosciuto qualche partigiano?

 

– Sì, un vice comandante della Brigata Garibaldi ed altri componenti che operavano in Garfagnana ed erano esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Alcuni di questi si dedicarono successivamente alla politica ricoprendo incarichi istituzionali sia in sede locale che nazionale.

– Dei liberatori americani cosa mi dici?

– L’arrivo delle truppe americane nella città di Lucca fu salutato dalla popolazione con manifestazioni di vera gioia ed esultanza, in quanto venne a cessare il pericolo rappresentato dalle truppe di occupazione tedesche, e iniziò anche la distribuzione di generi di prima necessità, non solo alimenti e vestiti, ma anche medicinali indispensabili per molte persone. Quando le truppe alleate arrivarono a Lucca, ebbi l’opportunità di conoscere il loro comandante, il colonnello Zaccaria Santini, di origine italiana, che aveva raggiunto a Lucca il fratello Aldo, mio carissimo amico. Infatti Aldo, nel 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, si trovava a Lucca insieme alla madre e ad una sorella. A causa del blocco delle frontiere, essi non avevano potuto far ritorno a New York dove la famiglia Santini era titolare dell’azienda di autotrasporti “Seven Brothers”. In occasione dell’arrivo delle truppe americane a Lucca fui testimone del ricongiungimento di Zaccaria con i suoi familiari. Grazie all’amicizia della famiglia Santini, ho potuto superare tanti momenti tristi che sono rimasti impressi indelebilmente nella mia memoria. (Ilaria Simoni, 3^C)

 

 

 

NONNA ANNA

-Come è stato per te l’armistizio dell’8 settembre del 1943?

-Lì per lì si credeva che fosse finita la guerra e mi ricordo che i contadini accendevano fuochi per festeggiare, a mo’ di fuochi d’artificio. Io ero a letto, avevo 11 anni ed a San Rocco eravamo felici. Dopo sono arrivati i tedeschi e così iniziarono i guai.

I tedeschi ammazzavano chi trovavano.

Alla banca d’Italia ci furono due morti, uno era il custode partigiano che venne ucciso da un fascista.

Questa cosa successe perché i fascisti invitarono a bere dei ragazzi partigiani e dopo un po’ il fascista tirò fuori la rivoltella e sparò: ammazzò due persone.

Poi il mi babbo fu scambiato per partigiano e fu picchiato e portato in prigione, poi si resero conto che era un contadino che macinava grano e lo lasciarono libero dopo due giorni.

-Che ne pensi dei partigiani?

-Io ero una bambina e non avevo idee politiche, ma i partigiani non mi stavano simpatici.

La mia famiglia non era né fascista né partigiana, eravamo solo contadini.

-E dei tedeschi?

-Mi ricordo che i tedeschi occuparono la nostra casa e noi si scappò da dei nostri amici, dopo un po’ di tempo i tedeschi se ne andarono perché erano arrivati gli americani con tre carri armati che iniziarono a sparare. La nostra casa non fu distrutta e ci fu solo una finestra rotta.

-Cosa ti ricordi dei bombardamenti?

-Mi ricordo dei gran colpi che arrivavano e delle luci nel cielo e s’aveva tanta paura perciò si scappò in un canneto vicino alla gora per essere più al sicuro.

-Cosa ti ricordi degli americani?

-Mi ricordo poco degli americani, solo che un giorno si sentirono dei grandi colpi e nessuno aveva il coraggio di mettere fuori il naso dalla finestra.

Quando arrivò il giorno si scoprì che erano stati 5 carri armati e dentro c’erano degli americani, dei brasiliani ed un nero che non so da dove venisse e ci dettero quintali di caramelle e di cioccolato ed anche le saponette.

 

NONNO SERGIO

-Cos’è stato per te l’armistizio del 8 settembre dei 1943?

-Io mi ricordo poco, avevo 11 anni.

I contadini accesero il fuoco perché era cascato il fascismo e perciò saremmo stati liberati.

-Dov’ eri?

-A Pistoia, in Via Fiorentina 96.

-Che movimento c’era in città?

-Alcuni andarono a picchiare i fascisti, quelle persone in seguito diventarono i partigiani.

-Che ne pensi dei partigiani?

-Facevano cose esagerate, picchiavano la gente per strada e distruggevano le case.

-Quando fu il momento peggiore?

-Quando gli americani bombardarono e noi si scappò a Quarrata, mi ricordo che siamo stati lì fino al 1944 quando gli americani ci liberarono.

-Morì qualcuno dei tuoi amici?

-No, solo conoscenti per noi bambini.

-Cosa ti ricordi degli americani?

-Una cosa che mi è rimasta impressa è quella di quando gli americani andavano a nord al fronte e quando ci vedevano ci salutavano e ci lanciavano caramelle e ciuingamme.

-Ti ricordi qualcos’altro?

-Mi ricordo che portavano i brasiliani morti prima qui al Fagiolo e poi li trasferivano al cimitero brasiliano alle Seiarcole dove tutt’ora esiste il monumento ai caduti brasiliani.

 

 

NONNO GIORGIO

-Cosa ti ricordi dell’armistizio dell’8 settembre?

-Quando ci fu l’armistizio avevo 5 anni ed ero tornato ad abitare nella casa di Viale Arcadia da poco e c’era tutto il viale accampato dagli americani.

Tutte le volte che si passava vicino agli americani ci davano il burro di arachidi ed il cioccolato.

-Che ne pensavi dei partigiani?

-I partigiani erano quelli che cercavano di liberarci dal fascismo e alla mia famiglia stavano simpatici, anche se facevano confusione perché ci dovevano liberare.

Mi ricordo che il babbo di Elvio, un mio caro amico dell’infanzia, era un partigiano.

Un giorno venne trovato da un gruppo di fascisti che lo volevano portare via per ucciderlo, ma lui fece finta di essere morto e quando non lo guardavano scappò.

-Cosa ne pensavi dei tedeschi?

-Erano tremendi.

Mi ricordo che avevamo un auto e per non farcela prendere s’era nascosta in un pagliaio.

Un giorno i tedeschi la trovarono e volevano ammazzare tutta la mia famiglia per prendere questa macchina.

Alla fine, fortunatamente, presero solo la macchina e non ci fecero niente.

-Cosa ti ricordi dei bombardamenti?

-Io mi ricordo il fischio delle bombe, l’accecante luce dei bengala e quella tristissima notte dell’ottobre 1943 quando con i miei sette fratelli, i genitori, i nonni, i congiunti dello zio Alfredo in guerra e prigioniero in Albania, nel corridoio di casa assistemmo e subimmo uno spettacolo allucinante.

Quella notte fu lunghissima e piena di paura ed io avevo anche la febbre.

La mattina una bomba inesplosa era conficcata davanti alla porta.

Ma la tragedia era a due passi. Dietro alla nostra casa, in Via dei Gelli, cinque dei dieci fratelli Zanzotto, amici di gioco e di studio, erano stati uccisi nel bombardamento.

Oggi una stele al Campo Santo della Misericordia li ricorda con scritto:-“Qui vicino riposano i 5 fratellini Zanzotto travolti insieme alla furia ceca della guerra, olocausto innocente che suona condanna e ammonimento agli uomini, 24 ottobre 1943.

-Ricordi qualcos’altro degli americani?

-Ricordo che erano accampati lungo il Viale Arcadia e ci davano il burro di arachidi, il cioccolato e le cingomme, ma anche gli americani portarono una nuova tragedia infatti il mio amico di giochi Aldo venne travolto e ucciso da un camion americano.

Dopo l’arrivo degli americani la vita cominciava a tornare alla normalità. ( Silvia Venturi, III C)

 

 

 

MARIA GRAZIA PETROCCHI (nata a Pistoia il 10 gennaio del 1932)

I fatti che esporrò fanno parte dei miei ricordi più tristi. Ero una bambina di 8 anni quando la guerra cominciò ed ero già un’adolescente quando terminò, perciò essa occupa, come è evidente, un tratto importante della mia vita.. Detto ciò veniamo alle notizie ed ai ricordi.

Il 10 giugno era una bella giornata calda, ero nel giardino di casa mia, quando le sirene delle fabbriche pistoiesi (allora erano molte e la più grande, la San Giorgio, ora Breda) incominciarono a suonare e tutti in famiglia e nel vicinato rimanemmo stupiti, poi tutti sapemmo che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia ed all’Inghilterra, alleandosi con la Germania.

Nell’immediato questo fatto non sembrò cambiare niente nella nostra vita, poi pian piano cominciarono le restrizioni, sempre più vaste. Ci dotarono della “tessera annonaria” per acquistare il pane e tutti i viveri importanti, in dosi già prescritte regolate da leggi severe ed, in seguito, quasi tutti i viveri ed anche i tessuti per cucire gli abiti, visto che non esistevano già confezionati, furono tesserati.

Si dovette oscurare i vetri delle finestre, proteggendoli con carta azzurra o, addirittura verniciandoli di blu per evitare l’uscita della luce che avrebbe potuto fare da guida ad aeroplani nemici che cercavano bersagli importanti da colpire.

In seguito fu istituito il coprifuoco che impediva, senza eccessiva necessità, l’uscita delle persone dalle loro case e le città erano completamente buie.

Si tolsero le cancellate di ferro dai giardini privati e d altri luoghi pubblici perché c’era necessità di ferro per le armi.

Cominciarono a scarseggiare il caffè e tanti prodotti importati.

Tutto ciò preoccupava maggiormente le persone più responsabili che dovevano gestire l’andamento della famiglia, mentre i bambini come me notavano gli eventi, ma continuavano a giocare ed ad andare a scuola dove le maestre esaltavano continuamente gli atti eroici dei nostri soldati, mentre non si parlava più, né alla radio, né sui giornali delle nostre sconfitte e dei disagi della popolazione, sottoposta a sacrifici e, quelle delle città grandi, a forti bombardamenti. La guerra infatti, era particolarmente sentita nelle città industriali e più importanti per snodi ferroviari, stradali ed aeroporti.

Verso la fine del 1941 però gli allarmi che annunciavano l’arrivo dei bombardieri nemici cominciarono a farsi più fitti anche da noi ed, al primo suono della sirena, tutti scappavamo nei campi o nei rifugi preparati per ciò.

Pistoia, come obiettivi bellici, aveva l’aeroporto, varie fabbriche, una importante ferrovia, la Porrettana, per unire il Nord ed il centro Italia, e la caserma Militare, proprio in centro città, dove oggi è la Galleria Nazionale.

Proprio per ciò, in una notte di questo periodo, convalescente per una gravissima malattia, curata senza la penicillina, che nessuno allora conosceva, mi ritrovai avvolta in un plaid in un campo di un podere vicino alla mia abitazione.

Dopo questa esperienza mio padre decise che la mamma, mio fratello ed io, saremmo andati a vivere a Castello di Cireglio nella casa dei miei nonni, mentre lui, militarizzato, con libertà di movimento, ma con il lavoro a Firenze, sarebbe rimasto in città e ci avrebbe raggiunto il sabato.

E così si chiuse la parte meno brutta del periodo bellico, perché in seguito la situazione si fece sempre più critica, fino a raggiungere il terribile periodo 1943/44/45.

Sulla fine del 1942 ci fu il primo bombardamento importante su Pistoia ed io vi assistetti, con i miei, dalla mia casa di montagna che, leggermente più in alto del paese, può godere di un panorama che spazia fino a Firenze ed oltre, dominando Pistoia e la sua “piana”.

Era notte, su Pistoia completamente al buio per l’oscuramento, arrivarono gli aeroplani americani che nel frattempo si erano alleati con gli Inglesi. Furono lanciati sulla città i “bengala”, lampioni paracadutati che scendevano piano piano su tutto il territorio illuminandolo a giorno e subito dopo caddero le bombe che fecero danni grandissimi e tante vittime. Tutta la città fu più o meno coinvolta ed anche alla mia casa, che si trovava vicino al campo di volo ed alla ferrovia, si ruppero tutti i vetri. Ma questo era niente in confronto ad altre perdite più gravi, ma fu con il 1943 che arrivò il periodo più brutto che, per noi diventò bruttissimo con il 1944. Con il nuovo anno, lo Stato Maggiore tedesco con Kesserling, capo assoluto in Italia, decise di costruire una linea di sbarramento per gli Americani sbarcati a Salerno, linea che andava dal Tirreno all’Adriatico, fatta di trincee, gallerie, campi minati, cavalli di Frisia e che, per Pistoia, interessò la fascia boschiva tra Castello di Cireglio e le Piastre, adoprando la Torre del Sasso che si trova sopra Cireglio come punto di avvistamento, poiché da lì si domina tutta la Valle del Vincio, di Brandeglio e buona parte del piano fino al Montalbano ed oltre. E della linea gotica, così fu chiamata, feci conoscenza anch’io perché nei campi dei miei nonni, subito dietro la nostra casa, in buona posizione panoramica, si cominciarono a costruire le trincee ed una lunga galleria con due uscite, il cui spurgo di una fece sparire una serie di campetti atterrazzati, lasciando al loro posto una discarica ancora presente. Cominciando i lavori, la nostra casa, poco fuori dal paese, diventò un punto di riferimento bellico mascherato un po’ dai tre grandi platani che ancora oggi si trovano nell’aia e che per questo furono salvati dalla sega degli operai, adoperata per procurare il legname con cui “arenare” la galleria che stava nascendo. E insieme agli operai e ai dirigenti della TOD, ditta militarizzata che si occupava e dirigeva i lavori progettati, cominciarono a circolare molti soldati tedeschi. Fu allora che si impararono a conoscere parole nuove e non belle, tra cui “rastrellato”, “deportato”, “kaputt”, perché proprio ai rastrellati, uomini presi in varie zone d’Italia e portati da noi, toccò lavorare alla Linea Gotica. Lavoravano tutto il giorno, anche se malati e stanchi e dormivano in case requisite ai paesani. Di uno di questi deportati ho un ricordo tristissimo, infatti una mattina, lunga la breve stradina che dalla nostra casa porta in paese, ne notai uno steso in una fossa, morto, con le formiche che gli uscivano dal naso e dalla bocca. Che fatto terribile per una bambina di 11 anni…. Ancora, a distanza di tanti anni, quando faccio quella strada, rivedo quel corpo e la domanda mi si ripropone: Chi era?? Da dove veniva? Chi l’avrà aspettato inutilmente? Ma i fatti terribili dovevano ancora arrivare e si manifestarono puntuali dopo il 25 luglio 1943, con la caduta di Mussolini imprigionato al Gran Sasso, da cui, in seguito, fu liberato per essere poi ostaggio dei Tedeschi e dopo l’8 settembre, con la firma dell’armistizio da parte del generale Badoglio con gli Americani e gli Inglesi, per cui i Tedeschi diventarono improvvisamente i nostri nemici e si sentirono autorizzati a trattarci con ferocia perché ci consideravano dei traditori. E con la fine del 1943 e tutto il ’44 cominciò la via crucis di tutti noi e dei nostri paesi con sfollamenti, distruzione e fucilazioni dei giovani che venivano trovati e che non erano affluiti nell’esercito della repubblica di Salò, fondata da Mussolini, ormai ostaggio dei tedeschi. L’esercito italiano infatti si era ormai disperso e chi non aderì ai “repubblichini” dovette andare in montagna dove erano nati i gruppi partigiani. I Tedeschi, che ne temevano le incursioni, ci fecero conoscere una nuova parola carica di terrore: “decimazione” che voleva dire che, per ogni tedesco ucciso, sarebbero state uccise 10 persone, senza differenza di età e di sesso. Intanto gli aeroplani americani ogni giorno solcavano i nostri cieli, anche a piccole squadriglie o da soli, come quei pochi che, ogni giorno, tentavano di colpire il famoso ponte della linea Porrettana, molto difficile da centrare, per cui fu distrutto, prima del ponte, il paese di Piteccio, con tante vittime. Finalmente, quando il ponte fu colpito, anche se ciò può sembrare un’eresia, tutti tirammo un sospiro di sollievo…… A proposito di aeroplani, ci fu un giorno in cui, dalla mattina alla sera il cielo sopra di noi fu coperto dalle “fortezze volanti” che trasportavano soldati e materiale bellico da est ad ovest per preparare lo sbarco in Normandia ed il rumore sordo di quegli aerei l’ho ancora nelle orecchie! Intanto con il ’43 avevo completato la scuola elementare, frequentando la classe 4° e la 5° nella scuola di castello di Cireglio. Fino ai primi del ’44 le ristrettezze alimentari della mia famiglia furono abbastanza sopportate perché avevamo i frutti della terra, come le patate e tutto ciò che l’orto dava ed il latte non mancava, ma quando arrivammo al luglio del 1944 e la terra stava per darci tutti i suoi nuovi doni, un bando affisso nei punti più in vista del paese ci obbligava ad abbandonare in 24 ore le nostre case, lasciando le porte spalancate. E la domanda che allora si rincorse di bocca in bocca era:”Dove andare?” Tutti i paesani se ne andarono, diventando “sfollati” ed anche la mia famiglia trovò dove finire: in un capannone sulla strada che unisce Cucciano a Campiglio di Cireglio che il mugnaio del Mulino della Sega, generosamente ci aveva offerto. Per vivere in quel tipico “monolocale” dovemmo portare le reti per i materassi, coperte, fornelli, pentole … il minimo indispensabile per cucinare, oltre a vettovaglie, vestiti e biancheria, insomma tutto ciò che sarebbe servito a cinque persone. Tutti fummo chiamati a trasportare suppellettili secondo le proprie forze e così il nonno, che aveva 81 anni, pensò a guidare verso la nuova dimora, la capra, fonte di latte per lui e per noi ragazzi. A mio fratello fu posto sulle spalle, come fosse una gerla, un corbello con dentro una famiglia di coniglietti che, adagiati su del fieno, non si peritarono a fare i loro “bisognini”, così che la loro pipì colava sulle gambe di quello strano mezzo di trasporto. Io presi l’impegno di portare a valle, appoggiata sulla testa, una materassa di lana da letto singolo che, a lungo andare, con il suo peso mi faceva entrare il collo dentro le spalle tanto che, quando mi soffermo su questo fatto, sento ancora quel tormento. Nel nostro “monolocale” ci attrezzammo alla meglio, facendo dell’automobile del medico condotto che lì l’aveva parcheggiata dopo aver tolto le gomme, il nostro armadio. La nuova situazione, a prescindere dal fatto di aver dovuto lasciare la nostra casa, non mi piaceva anche perché mi sentivo “affogata” nella stretta vallata ed ancor più pauroso era l’arrivo degli aeroplani. Ogni giorno i miei genitori tornavano alla nostra casa, perché ciò era ammesso, per raccogliere quello che l’orto ci dava e per sorvegliare la “stanza”, difficilmente individuabile, la cui entrata era stata murata e dove era stato nascosto ciò che aveva più valore e che era stato impossibile trasportare. Ci stavamo rassegnando alla nuova situazione, quando un’altra “tegola” ci capitò sul capo: un nuovo ordine perentorio ci obbligò a sfollare anche da lì e questa volta andammo “alla salita”, verso il paesino di Pian di Nenne, vicino alla strada che dalle Piastre porta a Prunetta. Lì alloggiammo in una capanna vera e propria e conoscemmo nuove paure e disagi. Imparammo ancora nuove parole come “casamatta”, cioè un cannone racchiuso in una cavità di cemento armato che ogni sera, verso le 17, lanciava una filza di cannonate verso gli alleati che ormai si trovavano vicino a Firenze e che rispondevano a lungo con granate le cui schegge ci cascavano vicino, facendo uno strano rumore, quasi una “musichetta”…… Proprio seguendo quella musichetta, una sera, con mio fratello, incoscienti del pericolo, ci fermammo a scommettere dove sarebbero cadute quelle schegge …… giusto in tempo arrivò mio padre per riportarci alla capanna e rimproverarci severamente!

E proprio a Pian di Nenne assistemmo alla fine dell’occupazione tedesca: erano i primi di settembre ed una sera cominciammo a sentire boati ovunque. Ci rifugiammo anche noi nella casa più vicina e passammo la notte seduti per terra nella stanza più grande dell’abitazione. I rimbombi, più o meno vicini, non cessarono fino al mattino tardi, poi fu silenzio, un silenzio assoluto ed impressionante. Non sapevamo che cosa pensare ed, in questa incertezza, passarono un paio di giorni. Finalmente giunsero importanti notizie e si seppe che i tedeschi si erano ritirati verso il nord, dopo aver sminato i terreni e distrutto tutti i ponti. Il 15 agosto avevano fatto saltare in aria quasi tutto il paese di Cireglio, compresa l’antica chiesa ed il caratteristico campanile, dove si era sviluppata una pianta di ornello. Dopo alcuni giorni di “terra di nessuno”, tutti decidemmo di uscire dal paesino ed avventurarsi sempre più avanti. Giunti nelle vicinanze del paese di castello, ringraziammo Iddio, scorgendolo ancora in piedi e, proprio mentre felicemente guardavamo le nostre case, sicuri di rientrarvi quanto prima, vedemmo una pattuglia inglese, formata da tre militari che saliva verso le Piastre. Restammo stupiti nel vedere quella divisa, molto diversa da quella dei nostri soldati, tanto severa e poco pratica. Gli Inglesi indossavano i calzoni corti, la camicia a maniche corte, i calzettoni: tutto color kaki. Avevano il fucile ed il caratteristico elmetto che, a me, sembrò simile ad una catinella rovesciata sulla testa.

Le sorprese non si fecero attendere quando facemmo ritorno alla nostra casa: ci accorgemmo che la stanza segreta era stata scoperta e svaligiata, negli angoli dell’edificio erano stati messi dei candelotti di dinamite che parlavano molto chiaro delle intenzioni dei Tedeschi e che non erano riusciti a concretizzare solo perché costretti a fuggire velocemente. Tale fuga ci fu d’aiuto anche per conoscere i campi minati che erano stati allestiti vicinissimi al paese ed alla nostra abitazione; infatti il filo di ferro che li circondava con i cartelli di avvertimento “attenzione mine”, non furono tolti, ma soltanto tagliati e lasciati cadere a terra, per cui, grosso modo, tutti riuscimmo a sapere dove si trovavano.

Questo però non evitò che, in seguito, ci fossero morti e feriti per esplosioni delle mine, dovute a incoscienza e a vera disgrazia e così, tra l’altro, imparammo che c’erano le mine “a bottiglia”, verdi e collegate da sottili fili, per cui se ne veniva toccata una, ne esplodevano a catena molte. Queste erano state poste in un boschetto vicino al nostro orto, che confinava con una mulattiera, la quale, attraverso i boschi, portava alle Piastre ed era stata disseminata di un altro tipo di mine: le mine “anticarro” che potevano essere semplici o doppie, ma sempre micidiali!!

Anche se la guerra continuava nel vicino territorio modenese e bolognese, a noi sembrava finita, cercavamo di riprendere la nostra vita, benché i viveri continuassero a scarseggiare, come del resto gli abiti e le scarpe e… si avvicinava l’autunno. Mancava ancora la corrente elettrica, perciò facemmo la conoscenza delle vecchie lampade ad olio e di quelle a carburo che mandavano un odore terribile. Non ci mancava il fuoco nel camino perché di legna da ardere ce n’era tanta, ma c’era poco altro. Mio padre dovette ripresentarsi in servizio, al Deposito Locomotive di Pistoia e andava la lavoro la mattina e, se poteva, tornava la sera, a Castello, a piedi, servendosi delle scorciatoie, perché la strada “66” era impraticabile.

Il tempo passava e caddero le castagne, la nostra ricchezza e le raccattammo tutte: mia madre, mio fratello di 11 anni ed io, che ne avevo 12. Ci volle molto perché l’aiuto di noi ragazzi era relativo e per arrivare alla nostra selva, al di là del Vincio, dovevamo fare un lungo giro per evitare i campi minati.

Si accese il nostro metato ed io imparai molte cose, perché era la prima volta che assistevo all’essicazione, pulitura delle castagne, fino alla loro trasformazione in farina dolce. Intanto eravamo giunti alla fine di novembre e a Pistoia si riaprivano le scuole ed anche in casa mia si tornò a parlare di studio. Per frequentare la prima media, l’unica in città, la vecchia Leonardo da Vinci, rientrammo nella nostra casa di Pistoia, anche se mezza rovinata, con carta retinata al posto dei vetri delle finestre, senza luce elettrica e, per riscaldamento, una stufa improvvisata che bruciava sia legna dei nostri boschi che ricavata dalle traversine delle rotaie che le Ferrovie vendevano ai loro dipendenti. Era legno di quercia, sì, ma intriso di olio colato dai treni!!! Dalla stufa usciva un fumo untuoso che si attaccava alle cose ed alla nostra pelle, difficile da togliere anche perché il sapone scarseggiava.

A Pistoia, vicino alla mia casa, nell’asilo del Sacro Cuore, mezzo bombardato, c’erano i soldati della Militar Police che sorvegliavano il passaggio dei mezzi militari. La nostra città mostrava tutte le ferite della guerra, con rovine ovunque e strade rese una fanghiglia continua dalle macerie cadute sull’asfalto e dai carri armati e grossi camion carichi di soldati che passavano in continuazione. Il guaio grosso era che i nostri piedi di ragazzi crescevano ed i miei non avevano più scarpe da calzare…. Intanto noi facemmo amicizia con i soldati della MP che ci gettavano le palle di neve con dentro le cioccolate che loro avevano in dotazione ed il giorno di Natale del 1945, nella mia famiglia, come in tutte le altre che abitavano le case di via Ciantelli, arrivò Babbo Natale…. Era un sergente del gruppo militare che, bussando alla porta, ci offrì con gli auguri un pacco dono!!! Che festa!! C’era tanto scatolame e c’era soprattutto un grande cubo di pane bianco. Non era il nostro pane, ma finalmente era bianco e non come quel poco che potevamo mangiare, fatto con mille granaglie diverse!

Venne il 1945, a gennaio si aprì il nuovo anno scolastico: chi non aveva in famiglia biblioteche fornite dovette penare per trovare i libri di testo, ma anche il materiale scolastico e vocabolari di latino; i fogli da disegno ce li forniva direttamente il professore, erano quelli dei suoi vecchi alunni, ce li faceva usare dalla parte bianca…. mentre il vocabolario di latino, trovato da mio padre non so come e non so dove, era talmente rilegato male, che aveva tutte le pagine rifilate, per cui mancavano le desinenze di fine pagina. In famiglia c’era il solito darsi da fare per procurare il cibo giornaliero: imparai che 1 kg di sale valeva molto perché mio padre lo ottenne operando un cambio di due grosse balle di brace fatta nei nostri boschi, che era molto buono, finché era caldo, il pane fatto con la farina di granturco che si poteva trovare nei negozi che, piano piano, riattivavano il commercio, che i poveri soldati brasiliani accampati nei locali del Fornacione in via Nazario Sauro, oltre che in battaglia, morivano per le broncopolmoniti, non essendo abituati al freddo e che i negri americani erano come i bianchi.

Si arrivò anche alla primavera ed al 25 aprile, quando finì questa terribile guerra. Rinacquero le speranze in tutti e specialmente in noi giovanissimi che ci affacciavamo ad una nuova vita. Ricordo con piacere gli anni che seguirono come una nuova vita, perché la nostra generazione aveva conosciuto dolori e sacrifici, ma non aveva risentimenti politici ed ideologici verso nessuno, per cui fu facile allontanare i brutti momenti e guardare con fiducia all’avvenire. Ritornò la luce elettrica nelle case e nelle strade. Al campo di volo, ora andavamo a fare merenda ed a ballare ed io imparai che si poteva nutrirsi e vestirsi senza l’uso della tessera annonaria !!…(Federico Di Pietro, III D)


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